مستقبلات
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Nel cuore di ogni palestinese esiliato brilla un simbolo, un gioiello carico di memoria e speranza: la mappa della Palestina. Questa cartina geografica, apparentemente inaccessibile, diventa un potente segno di appartenenza e identità, appesa al collo delle donne e degli uomini che reclamano la loro terra strappata via.
Portare quella mappa è un grido silenzioso ma eloquente: "Ana falastiniya" - "Io sono palestinese". Sin dalla nascita del colonialismo sionista, l’obiettivo è stato quello di cancellare l’identità palestinese, di negarla, di riscrivere una storia in cui i palestinesi sono dipinti come un popolo senza radici, come se non esistessero prima del 1948.
Ma quella mappa, indossata vicino al cuore, risponde alle domande a cui siamo stanchi di rispondere. È un segno di resistenza quotidiana, un promemoria della giustizia che cerchiamo per noi stessi, per i nostri genitori, per i nostri nonni che per primi hanno perso la casa nel 1948, e per le centinaia di migliaia di persone che hanno perso la vita sognando la libertà. È il simbolo di un desiderio indomito che anima le nostre vite, per chi oggi ancora paga il prezzo del colonialismo.
La mappa al collo non è solo una rivendicazione nazionale, è molto di più. È un gesto di memoria e resistenza, un simbolo che parla per noi, che ci posiziona nel mondo, che ci unisce come comunità. Per noi esiliati, la possibilità di tornare nella nostra terra è quasi sempre negata. Questa collana diventa allora un frammento di casa, un pezzo di terra indossato che ci permette di sperimentare un legame tangibile con le nostre radici.
È straordinario come milioni di persone continuino ad identificarsi con una terra che non hanno mai potuto visitare. Questa mappa al collo è il nostro modo di portare la nostra casa con noi, un esercizio quotidiano di memoria, di resistenza e di speranza. Guardandoci allo specchio, quella mappa ci ricorda la direzione verso cui aspiriamo, un futuro in cui potremo finalmente mettere radici nella nostra terra.
Il progetto "Futuri" è un archivio collettivo e una ricerca fotografica che raccoglie i volti della diaspora palestinese, amplificando l’archivio delle nostre vite, dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni. È un tentativo collettivo di ritrovare identità e casa, nella speranza che un giorno queste collane non siano più necessarie, perché avremo ritrovato la nostra patria.
Le parole del poeta Mahmoud Darwish risuonano profondamente: "Adesso nell’esilio, sono a casa". In queste parole, troviamo la forza di un popolo che, nonostante tutto, continua a resistere, a ricordare e a sperare.
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